
L’anno della svolta. La formula viene rinnovata, tempi e business impongono una fase finale a 16 squadre. Inghilterra qualificata di diritto come ospitante, le altre 15 scremate da un percorso di qualificazione lungo due anni. A giugno (8-30, otto gli stadi) la fase finale inglese (slogan: “Football comes home”): quattro gironi da altrettante squadre, avanti le prime due, poi quarti, semifinali, e finale. Un’impalcatura ormai da Campionato mondiale. L’edizione del ’96, però, non brilla per vivacità, alla fine trionfa una Germania razionale, pratica ma certo non memorabile.
L’unico vero sussulto è la rivelazione (per uomini e gioco) Repubblica Ceca, seconda. Nel girone A si traghetta senza problemi l’Inghilterra (trascinata dal trio Gascoigne-Sheringam-Shearer, quest’ultimo capocannoniere del torneo con 5 gol), l’Olanda di Bergkamp e Kluyvert (sconfitta 4-1 dagli inglesi) strappa per un soffio il secondo posto all’indomita Scozia. Il girone B ha tutta l’aria del raggruppamento di ferro: splende – primo posto – la Francia (nella rosa cova l’embrione del gruppo campione del mondo ‘98), seguita a ruota dalla solita, incompiuta, Spagna, che brucia per un soffio la Bulgaria (semifinalista a Usa ’94, rocciosi frombolieri guidati da Stoichkov). Il gruppo C stupisce: stacca il biglietto la Germania, alle sue spalle l’Italia (Sacchi e una rosa di prestigio mal gestita: gli azzurri erano i favoriti) cede il passo al martello pneumatico della Repubblica Ceca. Nel gruppo D si assiste al crollo della Danimarca, al dominio del Portogallo (tanti talenti: Figo e Rui Costa, ad esempio), al boom della Croazia (Šuker, Boban). Nei quarti, poi, si alternano tanti sbadigli (Inghilterra-Spagna e Francia-Olanda: match da 0-0, inglesi e francesi passano ai rigori), una certezza (la Germania regola con cinismo – 2-1 – una Croazia da applausi), e un lampo di stupore (i cechi superano anche il Portogallo: 1-0).
Nelle semifinali il copione, monotono, non cambia: brutte partite, zero spettacolo, decidono i rigori. La Germania s’aggiudica l’eterna sfida con gli inglesi (1-1 al 120’), e – soprattutto – la Repubblica Ceca continua a sognare (0-0 con la Francia). La finale, dunque, mette di fronte tedeschi e cechi: il pragmatismo teutonico (Sammer il faro – libero-regista Pallone d’oro ’96 – e poi tanti buoni mestieranti) opposto alla dirompente carica della Repubblica Ceca (Nedved, Poborskŷ, Berger). La storia pende dalla parte della Germania, in modo del tutto imprevisto: c’è bisogno di un uomo nuovo alzatosi dalla panchina (Bierhoff, doppietta) e del golden gol (primo della storia) per rimediare al meritato vantaggio ceco. Vince così un calcio senza fronzoli, ma forse troppo povero tecnicamente.

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