
24 marzo 2009
Il calcio italiano bla-bla
Senza idee e vivai
I nostri club si nascondono dietro la mezza verità di non poter seguire lo strapotere economico degli inglesi
ll calcio italiano è malato. Vive di bla-bla-bla ed esagera su tutto, anche sulle esternazioni di Mourinho. Che, da abile comunicatore, riesce a far parlare di sé, anche quando perde numeri. Il portoghese spesso sparacchia balle, ma gli altri commettono l’errore di inseguirlo su un terreno irto di ostacoli: Mou “ammazza” tutti, a cominciare dal suo presidente Moratti, ormai più in stato confusionale di prima, con i suoi “grazie” e con il suo personaggio di “unico onesto della truppa”.
Mourinho a parte, il calcio italiano è malato. Perché si stringe dietro la storia noiosa di non poter stare dietro allo strapotere economico dei club stranieri. Una mezza verità. La verità intera sta nella testa, nella capacità di programmazione che in Italia non esiste. O esiste come eccezione.
In Italia, Juventus e Atalanta a parte, abbiamo distrutto i vivai, inseguendo in maniera folle stranieri, di ogni tipo e di ogni età. L’equilibrio non esiste. Si acquistano buoni giocatori, ma anche mediocrità assolute.
I club stranieri programmano, scoprono i grandi giocatori quando sono sconosciuti e li acquistano per poco. Vedi l’Arsenal o il Manchester United. In Italia accade, ma poche volte. Ci riesce il Palermo. Ci riescono le società minori. Le grandi hanno la puzza al naso. Pagano ingaggi pazzeschi, senza guardare i bilanci, inseguono i nomi pubblicizzati e si lamentano se gli obiettivi sono irraggiungibili.
Un esempio eclatante è il Milan. Con Galliani e Ancelotti, da qualche anno è una frana. Se si escludono Kakà e Pato (intuizioni di Leonardo), la corsa è per l’acquisto di “cartoline”, un termine respinto al mittente, ma tristemente consono. Guardare Ronaldinho, per credere.
Ancelotti, bravo, buono e simpatico, è per certi versi succube della dirigenza. Accetta e poi sbuffa. Ma, dal canto suo, non crede assolutamente nei giovani, salvo che si chiamino Pato, ovvero campionissimi nati.
L’ultimo esempio di miopia si chiama Gourcuff. Ancelotti dice: «Quando l’ho impiegato, ha voluto strafare, non ha dimostrato di essere da Milan». Caro Ancelotti, ci sono giovani timidi, che vogliono sentire attorno fiducia, che vanno impiegati nel ruolo giusto e che hanno bisogno di insegnamenti. Ecco, gli insegnamenti. In Italia ci sono molti tecnici bravissimi sul piano della tattica, ma pochi in grado di fare didattica.
Non è un caso che molti giocatori del campionato italiano siano scarsi come fondamentali. I vivai hanno bisogno di grandi maestri. E non solo i vivai. Non c’è più gente come Liedholm: quando al Milan arrivò Tassotti, 23 anni, il santone svedese gli fece fare “ripetizioni” di nozioni elementari, quali controllo palla, stop… E Tassotti divenne il miglior laterale destro d’Italia.
Ritornando a Gourcuff, ci sarà da ridere se il francesino dovesse andare al Real Madrid. Un altro affarone del Milan che ha sposato la causa dei senatori.
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