
20 dicembre 2008
Whisky con Chinaglia
ai bei tempi del pallone
Intervista (immaginaria) a Giorgione: l'America, Long John, la Lazio e le canzoni di Rino Gaetano
Non sono come Antonio Di Pietro. Che gode, quando c’è da arrestare qualcuno, colpevole o presunto colpevole. Ovviamente, non sono per l’impunità o per il perdono generalizzato. Però mi prende l’angoscia, se mi tocca parlare con qualcuno nei guai con la giustizia, specie se si tratta di un ex calciatore. Perché penso che il pallone debba rendere tutti bambini, sempre a giocare e a far capriole sui campi verdi. Tanti Oba Oba Martins. Bianchi e neri.
Per Giorgio Chinaglia, latitante da due anni, la Cassazione si è pronunciata: carcere. La vicenda è nota. E la lascio commentare ad altri.
Ho intervistato Giorgione, Long John, in tempi sereni. All’epoca, un’utopia, il tintinnio di manette.
Testa incassata, quel fisico strano e quel sorriso tutto da un lato.
Prima domanda, scontata: Ma come ha fatto a segnare tanti gol? Ha avuto l’aiuto della Provvidenza?
“Caro lei, Chinaglia Giorgio è stato un grande giocatore. Nel Galles, in Italia e negli Usa. Mi sono aiutato da solo. Si guardi i filmati, se riesce a trovarli. E faccia meno lo spiritoso”.
Allora è vero… : hanno scritto che, ai tempi della Lazio, era prepotente, testardo, despota…
“Avevo carattere. Un cannoniere deve avere carattere. Non può essere una signorina docile, che legge le favole e beve latte. Io sono stato e sono un duro. Ho avuto un’infanzia difficile. Da Carrara, ho seguito i miei nel Galles. Ero ancora un ragazzino. Ho visto le montagne formate dai detriti di carbone. Non i laghi o le colline in fiore”.
Swansea City. Nel Galles, hanno creduto in lei calciatore. Gente scarsa in conoscenze estetiche?
“Ho capito cosa vuol dire: uno con il fisico come il mio, doveva fare un altro mestiere. Magari il cameriere in un ristorante per camionisti. Che cavolo dice… Non sono il gobbo di Notre Dame”.
Mai detto e mai pensato.
“Lo ha pensato. Come tanti altri. Un bravo attaccante è quello che mette il pallone in rete. Con il fisico del ballerino, con il palleggio elegante, ci fai il teatrino dei r… ”.
Prego? Non ho inteso l’ultima parola.
“Meglio, meglio… Altrimenti mi parla per due ore del rispetto per le diversità”.
In Italia ritornò nel 1966. La Massese, l’Internapoli e finalmente la Lazio…
“La Lazio. Che amore”.
Amore. Non le sembra un po’ troppo? C’erano clan, compagni di squadra politicizzati. Si diceva che volavano cazzotti… Lei era un capo.
“Cazzate. Cazzate. Qualche casino c’è ovunque”.
Vinceste anche uno scudetto. La famosa Lazio di Maestrelli e Chinaglia.
“Bravo. Vedo che ha studiato”.
La Nazionale, i Mondiali del 1974…
“Non mi ricordi quel sant’uomo di Valcareggi. Che roba”.
Poi finì l’amore con la Lazio. Lei scelse gli Usa, i New York Cosmos. Un ‘consiglio’ di sua moglie americana, Connie Eruzione?
“Ritiri ciò che ha insinuato: Giorgione Chinaglia non si è fatto mai condizionare da una donna. I Cosmos erano Pelé, Beckenbauer Carlos Alberto, Cruijff. Ed erano anche soldoni”.
Poteva tenersi i dollari e non ritornare in Italia. Venne per distruggere la Lazio? Secondo molti tifosi, lei non doveva andar via nel 1975 e non doveva rimettere piede in Italia nel 1983. L’hanno chiamata disertore, traditore, eccetera, eccetera.
“Mi spieghi gli eccetera, eccetera”.
Bla, bla, bla dei tifosi… Parliamo d’altro. Di quella volta che fece il cantante.
“Ora mi piace di nuovo. Ha studiato davvero. Nel 1974, incisi il brano ‘Football Crazy’. Fu la colonna sonora del film ‘L’arbitro’ di Lando Buzzanca”.
Gli Squallor le dedicarono un loro pezzo, ‘Il vangelo secondo Chinaglia’. Una cosa notevole.
“Lo dica forte. E non si scordi di Rino Gaetano: mi citò nella canzone ‘Mio fratello è figlio unico’. Rino Gaetano è stato un artista di primissimo livello”.
Insomma, Chinaglia grande giocatore, grande uomo.
“Ai posteri l’ardua sentenza. Lei, intanto, non rompa. Venga, le offro un whisky”.
Al ghiaccio, grazie.
“Senza ghiaccio, prego”.
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