
19 gennaio 2009
Kakà e il Milan
questa è poesia
La decisione del fuoriclasse brasiliano è così romantica che sa di altri tempi. Oggi più di ieri Kakà è un esempio anche per i nostri ragazzi
Non è vero che i soldi sono tutto nella vita. Tra Ricardo Kakà, il Milan e il popolo rossonero è finita come doveva finire in una storia d'amore, unica, intensa, indivisibile. L'annuncio di Berlusconi è giunto nel cuore di una serata in cui i tifosi milanesi hanno sfidato il maltempo per un abbraccio a distanza sotto casa del loro idolo e i tifosi milanisti del resto d'Italia (ma anche del mondo) hanno seguito col fiato sospeso in tv o su internet una trattativa che sembrava aver preso definitivamente una brutta piega. Kakà non è un figliol prodigo è uno straordinario campione dentro e fuori dal campo. La scelta di rifiutare il sontuoso contratto del Manchester City senza neanche volerne ascoltare i dettagli la dice lunga sulla personalità e sul cuore di questo ragazzo.
Emblematica la sua dichiarazione a Milan Channel: "Da questa storia ho visto come mi vogliono bene qui al Milan, i miei tifosi, i miei compagni che mi hanno aiutato a fare questa scelta. Alla fine credo di aver fatto la scelta giusta. Non voglio niente, voglio star bene e sono felice di stare dove la gente mi vuole bene e mi ama". Un candore che sa di liberazione.
Kakà, oggi più di ieri, è un esempio per molti nostri ragazzi. Si può dire di no. Si può dire di no anche ad uno sceicco pronto a pagarti a peso d'oro se sull'altro piatto della bilancia sai misurare l'amore. L'amore della società, quello dei compagni (Ronaldinho: "se va via è un disastro", valga per tutti), quello dei più di 5 milioni di tifosi in tutto il pianeta. E' fantastico che facciano capolino un po' di poesia e di buoni sentimenti in un ambiente in cui per lo più si parla di denaro, di veline, di paparazzi. Kakà stasera ha compiuto un atto grande che fa aumentare la considerazione anche tra i suoi avversari (quanti interisti e juventini hanno manifestato il loro disappunto per l'eventuale partenza di un campione così grande).
Galliani è venuto finalmente allo scoperto. Tanto silenzio certamente non deve avergli giovato. Deve aver ingoiato molti rospi in questi giorni e gli striscioni dei tifosi che lo hanno attaccato personalmente devono aver avuto un impatto devastante. Non ha dubbi l'amministratore delegato: ha vinto il cuore sulla mente questa sera. Ma ora vuole lo scudetto. Certo oggi si è sprigionata un'energia positiva. Quel clima che fa la fortuna di tante imprese. Il Milan vuole lo scudetto. Anche l'Inter e la Juve lo vogliono: che vinca il migliore. Schierando campioni sul campo e fuori. E' questo il calcio che vogliamo.
Berlusconi ha fatto il resto. Non una parola sulla società, ma lodi sperticate per il campione. Gli ha attribuito completamente il merito di una scelta coraggiosa senza tenere nulla per chiunque altro. Certo in casa rossonera devono aver vissuto momenti di fuoco. Berlusconi ha detto: "Kakà ha scelto la bandiera". E, questa volta, si è sbagliato: Kakà è la bandiera. E i galloni di capitano (che glieli diano o no) se li è conquistati sul campo con un gesto di altri tempi, di altre generazioni, di altra tempra di sportivi.
Per un calcio travolto dagli scandali, dalle sniffate e dai ricatti è un bel salto. E' il calcio italiano che deve qualcosa a questo ragazzo. Gli deve il fatto di aver dimostrato che si può scegliere per affetto. Berlusconi ha detto che "Kakà è un ragazzo straordinario ed io che sono onorato di essere alla guida del Milan sono felice di averlo nella mia società". Giusto, ma il Milan raccoglie anche quel che ha seminato: un ambiente ideale per ogni calciatore, anche per quelli che hanno scelto di andare via e continuano a parlarne bene. Per questo quella tra Kakà e l'ambiente Milan è una vera storia d'amore. Per favore non sporchiamola più col denaro. Soprattutto con quel che è unto di petrolio. Macchia.
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