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8 maggio 2009

Milan-Juve: sui media
inizia la roulette russa

 Un grande evento sportivo fra due squadre di vertice si trasforma nella sfida a chi sarà cacciato prima fra Ancelotti e Ranieri


Mestiere difficile quello dell’allenatore. Soprattutto in Italia. A giochi praticamente fatti per lo scudetto (la Coppa Italia conta poco o nulla per noi italiani) ecco che riemerge con smisurata potenza il calciomercato. Intendiamoci, non quello vero che porta un calciatore (o un allenatore) da una squadra ad un’altra. Mi riferisco al calciomercato delle voci. Ipotesi, invenzioni, indiscrezioni hanno ripreso a travolgere il pubblico dell’informazione sportiva. Devo ammettere che provo un po’ di… invidia per chi con disinvoltura diffonde notizie che non corrispondono a nessun fatto. Ci vuole una bella faccia tosta. Tutto sommato Anche quello (al pari di quello degli allenatori) è un mestiere difficile. Con una differenza sostanziale: gli “sparabufale “ non rischiano nulla, gli allenatori sono sempre sulla graticola e pagano di persona.

Gli studi di psicologia ormai da qualche anno hanno fatto irruzione nel mondo dello sport occupandosi sia degli aspetti legati ai singoli atleti sia a quelli delle squadre nel loro complesso. Tuttavia hanno trascurato alcuni aspetti che riguardano un perverso meccanismo (che a dire il vero non riguarda esclusivamente il mondo dell’informazione sportiva): la “capacità” dei giornalisti di determinare i contesti con notizie che non hanno riscontro nei fatti; il “dovere” di informare sui fatti di cronaca determinati da contesti generati senza fatti; la “libertà” di criticare atteggiamenti e comportamenti che in gran parte sono stati prodotti dalla spirale di notizie fasulle.

Un esempio serio? L’aviaria ieri, l’influenza suina oggi: la stampa ha lanciato l’allarme (corredandolo con immagini da set cinematografico) generando paura nonostante le rassicurazioni del mondo scientifico; i consumi sono precipitati stroncando aziende, posti di lavoro, famiglie, economia dei territori; gli editorialisti, una volta passata la buriana, hanno poi bacchettato gli italiani che si sono guadagnati l’etichetta di “fifoni”.

E’ davvero un meccanismo perverso a larga diffusione che in questi anni ha fatto scivolare il giornalismo tra le attività frivole prive di contenuti culturali. L’ingresso dei nuovi media ha prodotto una maggiore offerta di informazione, ha generato modalità istantanee di fruizione, ma ha permesso a chiunque (in nome della “libertà”) di sparare bufale e ha innescato una competizione senza precedenti su due “caratteri” dell’informazione: la quantità e la velocità. Portali-blog-siti, giornali e tv si inseguono, si citano, si misurano con una circolarità che ruota intorno ad un unico perno: la “voce”, non la notizia. Per giorni si discute con accanimento, con particolari (che fantasia!), con teorie intorno al nulla, al vuoto assoluto. Il giornalismo sembra destinato ad una sorte terribile, il suicidio: annegare nel mare di chiacchiere che ha determinato e che permette a chiunque (senza tecniche e senza competenze) di diventare la “voce delle voci”. Come si dice: ieri i fatti generavano le notizie, oggi le notizie (false) generano fatti.

La punta dell’iceberg è in questo nostro mondo dell’informazione sportiva. Un mondo in cui tutto è ammesso giacché sotto sotto rimane il convincimento che tutto sommato di un’attività “ludica” stiamo parlando. Che sciocchezza. Chiunque (anche i meno informati) hanno percezione di quanto pesi il settore sportivo sull’economia italiana (prodotto interno lordo, numero di società, numero di addetti, attività di marketing e comunicazione, relazione l’economia del settore televisivo). Il settore meriterebbe ben altro trattamento, soprattutto in relazione alle opportunità di business che questo mercato offre anche alla piccola e media impresa in termini di attività marketing e comunicazione (argomento di cui 999 giornalisti su 1000, parlano e scrivono non sapendone nulla o, ancora peggio, confondendo il mondo dell’informazione con quello della comunicazione).

E invece? E invece eccoci a parlare (male, naturalmente) di due allenatori che domenica sera saranno uno di fronte all’altro: Ancelotti e Ranieri. Nel giro di qualche settimana le posizioni dei due allenatori si sono completamente ribaltate: il mister milanista era incapace di far quadrare il cerchio di una formazione che trasuda di Palloni d’oro, quello juventino aveva invece dato carattere ad una squadra capace di non darsi mai per vinta. Oggi Ranieri è contestato dalla tifoseria e dato per partente. Sul piano mediatico se la passa meglio Ancelotti (grazie alle ultime 5 vittorie consecutive), ma anche lui viene dato per partente. Che hanno combinato? L’hanno fatta grossa: i loro club sono al secondo e al terzo posto delle classifica. Intollerabile…

Eh, già perché di questo si discute. Nessuna considerazione (bisognerebbe entrare nel tecnico) della valanga di infortuni che ha costellato la stagione delle due formazioni. Ancelotti si affanna a dichiarare che rimarrà al Milan, ma se va a Londra a vedere una partita di Champions ecco che spunta un incontro segreto con il Chelsea (che non c’è stato, lo sanno tutti, ma dobbiamo tutti far finta che ci sia stato). Ranieri ha già il suo successore: quel Conte che sta concludendo una stagione d’alto livello in Serie B col Bari. Finire al secondo e al terzo posto è nel nostro mondo disonorevole tanto che la stragrande maggioranza ritiene che sia arrivato il momento di voltare pagina con gli allenatori. Se ci fermiamo un attimo a ragionare (sottolineo ragionare) forse ci rendiamo conto della stupidità che guida questi comportamenti (consiglio sull’argomento la divertente lettura di “Allegro ma non troppo”, dell’economista Carlo Maria Cipolla, autore della teoria della “stupidità umana”).

In un mondo caratterizzato da un’informazione così istantanea il ciclo di vita del prodotto giornale si è ulteriormente assottigliato. Ce ne disfiamo in tempi ancora più ristretti e non ne abbiamo memoria. E’ un peccato perché basterebbe conservarli per qualche giorno e vedere quanti testi sparati a titoli cubitali (di scatola si diceva una volta) siano in realtà solo delle bufale. Lo stesso vale per siti e blog in cui inserite una parola chiave e vedrete di quante storie si conosceva l’epilogo sin dall’inizio e sono state sorrette per settimane da astrusi ragionamenti di fantasiosi cronisti.
I media partono da un’amara considerazione: che il pubblico sia costituito dalla somma di deficienti pronti a “bere” qualsiasi travisamento. E, purtroppo, gli studi di psicologia della comunicazione ci dicono che questa battaglia i media l’hanno vinta da tempo.

(Nella foto gli allenatori di Juventus e Milan, Ranieri e Ancelotti)

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ludico
Inviato il 08.05.2009
alle ore 11:08
Riscoprire il momento ludico dello sport, specificatemente del calcio, sarebbe bellissimo. Invece, la stampa sportiva, assolutamente mediocre (come in parte quella politica: si può criticare Berlusconi, ma il teatrino papi-veronica è roba da non rappresentare in tv e sui giornali, c***ate), continua a offrire pallonate. Sì, è vero, il mercato, le illazioni, le indiscrezioni (inventate), al momento, fanno vendere più copie, ma alla lunga? Alla lunga, faranno morire prima i giornali.
I giornali dovrebbero investire in qualità e in verità. Per educare e per vendere nel futuro. Fa bene Castellazzi a scrivre ciò che scrive.


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Giornalista sportivo in a
Inviato il 08.05.2009
alle ore 14:01
Puntuale l'analisi di Castellazzi, la riflessione è giustamente estesa a tutta la categoria dei giornalisti ma andrebbero considerate anche le responsabilità degli editori, soprattutto delle grosse testate. Come del resto tornado al calcio le responsabilità delle società, che da un lato rassicurano gli allenatori dall'altro come stimolo prospettano loro, a mezzo stampa, scadenze in caso di mancato raggiungimento di certi obiettivi.
E in questo Milan e Juve negli ultimi mesi stanno andando stranamente d'accordo...


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