
1 giugno 2009
Ancelotti come Ranieri
Una questione di stile
Juventus e Milan pur seconde hanno lasciato andar via i loro tecnici: un caso da... psichiatria che però ci mostra la classe di questi Uomini
Una questione di stile. Chi frequenta le nostre pagine lo sa: siamo un po' fuori dagli schemi del giornalismo sportivo fatto di voci, di pettegolezzi, di litigi artefatti e autentici. Quel sottofondo confuso e fastidioso da mercatino dove si parla e si tratta senza mai approdare a nulla di concreto. Ma lo stile sì, quello ci interessa. Abbiamo avuto modo di apprezzare quello di Ranieri più di due settimane fa e ieri è arrivata in… diretta satellitare quello di Carlo Ancelotti. Una vera lezione. Nonostante le acrobazie verbali (in tutti i sensi) di conduttrice e opinionisti di Sky Sport che hanno provato in tutti i modi a “provocare” la reazione dell’ex allenatore rossonero che aveva appena annunciato la separazione dal Milan.
Ancelotti non ce l’ha fatta a battere il record di presenze che appartiene a Nereo Rocco e ci teneva. Eccome se ci teneva. Il suo amore con il Milan è stato speciale e unico, come il suo rapporto con i calciatori. Da oggi i riflettori rossoneri punteranno la loro luce sull’esordiente Leonardo, ma sarebbe un peccato per il nostro calcio se Ancelotti andasse all’estero. Anche se a dire il vero, al momento, non c’è nessuna squadra libera che abbia il rango giusto per l'ex tecnico rossonero. E non si parla di blasone, ma anche di programmi. La Juventus si è infilata in un groviglio di contraddizioni dal quale aspettiamo di capire come ne uscirà. La Roma sembra destinata a ridimensionare ulteriormente i suoi programmi. L’Inter è improponibile per un miliardo di buone ragioni.
Sì, forse, vedremo davvero Ancelotti in un club straniero. Perderemo la sua pacatezza, il suo equilibrio, il suo stile: valori intangibili in un ambiente in cui il tangibile domina la scena. Ma è una rarità che impreziosisce il valore di Ancelotti.
A una riflessione onesta e ragionevole appare evidente una realtà irrazionale: le due squadre finite seconde in classifica a pari punti hanno deciso di cambiare allenatore. A ben vedere è una questione che andrebbe affrontata con il giusto approccio. Quello dello psichiatra… Ma nel nostro calcio non c’è nulla di ragionevole. Tutto si gioca sull’emotività, sulla folla, sulla pressione dei media. Un minestrone in cui nessuno ha un ruolo: se si retrocede i tifosi entrano in guerra con gli agenti, se un allenatore non piace ai giornalisti una testata di provincia (ma di grande penetrazione nel territorio) ne chiede tutti i giorni la testa, un gruppetto di tifosi del Milan rovina la festa di un’icona del calcio come Paolo Maldini e via lungo un elenco interminabili di cose prive di senso, ma purtroppo molto efficaci nell’esito. Tutti vogliono vincere, pochi sanno reggere l’impatto di una sconfitta (per la quale occorre maggiore forza d’animo e intelligenza).
In questo clima Uomini (la U maiuscola non è un refuso) come Ancelotti e Ranieri rappresentano un patrimonio umano (ancor prima che tecnico) degni della massima tutela. Si è chiuso, dunque, al Milan il ciclo Ancelotti e da oggi si apre la stagione di Leonardo, un altro che, a dire il vero, sia in campo sia fuori non è mai venuto meno in quanto a stile. In questi anni è stato il perno di tutte le trattative che hanno portato i brasiliani a Milanello. Si può scommettere, dunque, sulle sue relazioni con i giocatori, il vertice aziendale, lo staff e anche se non è poco resta da scoprire il suo valore tecnico. Senza pressioni dal primo giorno. Con stile.
(Nella foto, fonte acmilan.com, Carlo Ancelotti)
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