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17 giugno 2008

Nello sport non esiste
la proprietà transitiva

 L'avventura azzurra agli Europei offre molti "spunti" di riflessione. La sfida di stasera con la Francia


Il futuro dell’Italia nei campionati europei di calcio è ad un punto di svolta. Come si dice: o dentro o fuori. Dipende solo dagli azzurri? Macché. Al punto in cui siamo, dobbiamo sperare negli olandesi (perché si mantengano sui livelli di eccellenza fin qui espressi), nei rumeni (avversari degli olandesi, affinché non offrano una superprestazione in grado di mettere in difficoltà la formazione arancione), nei francesi (perché si mantengano sui livelli modesti esibiti finora e non sfoderino una di quelle performance che solo noi italiani siamo capaci di suscitare), nella terna arbitrale (perché diriga una partita non costellata di errori sempre clamorosi e decisivi così come è accaduto in questo torneo nei confronti dell’Italia, ma anche di molte altre formazioni). Basta? Non scherziamo. Il resto, diciamo il 90 per cento, dipenderà da noi: se non vinciamo a nulla saranno serviti calcoli, sospetti, indagini, proclami, tabelle che da giorni fanno il giro di giornali, radio, tv e siti internet.
L’unico primo vero passo è la vittoria. Ed anche se, in assenza di tutte le altre variabili, rimarrà solo la vittoria, non sarò poco. Usciremo a testa alta da una manifestazione che ha detto molto, ma a quanto pare ha insegnato poco. Cosa ha detto? Almeno due cose.
Prima. Non si resta campioni del mondo (o vice) a vita: banalità nota a chi ha fatto sport, ma assolutamente sconosciuta alla gran parte di coloro che ne scrive o lo commenta. Per questi continua ad esistere una sorta di proprietà transitiva: se siamo campioni del mondo, dobbiamo per forza essere campioni d’Europa. Insomma, una dinastia, un’ancien regime del calcio che non tiene conto di una miscela di elementi che portano (peraltro in uno sport di squadra) al successo: questioni psicologiche e fisiologiche che non possono essere ripristinate con un… interruttore. Non comprendere elementi così razionali produce: la diffusione dell’incultura sportiva (vittoria, solo vittoria) e agita “l’azione inconscia delle folle che sostituendosi all’attività cosciente degli individui, rappresenta una delle caratteristiche del nostro tempo” (giusto per citare Gustave Le Bon, sociologo, psicologo, antropologo, fisiologo e archeologo).
E’ facile suscitare emozioni e scatenare istinti poco nobili: la campagna contro Donadoni partita ancor prima di iniziare l’avventura europea ne è un esempio eloquente. Il tifoso ha una mente… semplice (e, immerso nella folla, confida vigliaccamente nel suo anonimato esattamente come accade con alcuni strumenti di internet): sollecitarne il consenso orchestrando campagne di stampa è operazione per nulla complicata. Basta dire che dovevamo vincere e che se questo non è accaduto è sufficiente indicare un colpevole.
Seconda. Esistono anche gli avversari. Altra banalità giacché in una manifestazione sportiva, alla fine, c’è sempre un vincitore e, dunque, c’è anche uno sconfitto. Certo, la condizione dello sconfitto non è piacevole, ma nel mondo dello sport è “normale” (nonostante siano in tanti a non comprenderlo). La storia (e l’evoluzione) dello sport trasforma in “imprese” quelle perfomances che riescono a rinnovarsi, a durare nel tempo, ma si tratta, appunto, di eventi straordinari. Non a caso Olimpiade e campionati del mondo presentano al pianeta ogni volta nuove figure, nuovi record, rinnovando una magia che è propria dello sport e dei giochi (come il calcio) e che per questo esercitano il fascino della novità e della sorpresa. Il calcio si è “globalizzato” da tempo, avanzano nazionali “insospettabili” in tutto il pianeta e perché mai non si doveva registrare in Europa una crescita che allineasse valori riportando in auge nazionali storicamente significative (Olanda in testa)?
Detto questo, stasera si gioca. Gli azzurri hanno il dovere di non lesinare sforzi (e non lo faranno). Confidiamo nella vittoria e in tutto quello che potrebbe portarci a continuare l’avventura europea, ma se questo non dovesse avvenire non sarà accaduto nulla di straordinario. Ci resterà un impegno: quello di mettersi subito al lavoro per pianificare al meglio la nostra partecipazione ai prossimi mondiali. E’ questa un’altra magia dello sport: all’orizzonte c’è sempre una nuova possibilità.

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Marco, un ex tifoso estre
Inviato il 17.06.2008
alle ore 12:59
un modo saggio di vedere il calcio. le partite non sono un drammone nazionale e i risultati sono la somma di varie componenti, tutte serie e per qualche verso scientifiche. il tifo è un'altra cosa: bello, passionale. e' importante comunque che non venga svilito in scermaglie stupide. cerchiamo di maturare assieme.


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margherita
Inviato il 17.06.2008
alle ore 15:55
affascinante il titolo, semplici ed eloquenti le parole impiegate.
non sempre mi soffermo a leggere articolo inerenti il calcio (sono già tanti quelli che lo fanno, preferisco dedicarmi alla lettura di altre discipline) questa volta l'ho fatto con interesse e curiosità.
un sunto significativo di una situazione, quella italiana, che come al solito ha già fatto parlare troppi spettatori ... d'accordo che c'è libertà di parola, ma esagerare non serve a nessuno!
se tutti credessimo nella magia dello sport circolerebbe tanta fiducia in più!!


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