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Pelé

O Rei do futebol


Carta d'identità PELÉ

Data di nascita

  23 ottobre 1940

Luogo di nascita

  Três Corações
(Brasile)

Sport

  Calcio


La frase (della mamma)

«Figlio mio, pensaci ancora: resta qui, studia e prendi il diploma»


Video: la carriera

Video: Vs Maradona

Video: il cinema


Q 

 uella mattina, a Bauru, nello Stato brasiliano di São Paulo, c’era un sole più insistente del solito. Edson (o Edison) Arantes, 15 anni, era alla stazione ferroviaria. Il padre, João Ramos do Nascimiento, Dondinho, gli dette l’ultima pacca sulle spalle. La madre, Maria Celeste Arantes, versò le lacrime residue: «Figlio mio, pensaci ancora: resta qui, studia e prendi il diploma». Edson, un soldo di cacio, salì sul treno per Santos, 450 chilometri da percorrere, in mezzo alle piantagioni di caffè e mais. Arrivato a destinazione, il ragazzetto, bussò alla porta della società di calcio: «Voglio giocare nella vostra squadra».
Fu preso. Poco tempo dopo, scrissero di lui: «Nel Santos, gioca un moretto... In mezzo ai compagni, tutti fusti, chiama la palla, grida, chissà chi crede di essere».

PREDESTINATO - Il moretto era Pelé. E credeva di essere “Il Re”. “O Rei”. Credeva e aveva ragione di crederlo. Quel moretto sarebbe diventato il più grande calciatore del mondo: “O Rei do futebol”. Tre volte campione del mondo, nel 1958, nel ’62 e nel ’70, in Svezia, Cile e Messico. L’unico calciatore a vincere tre edizioni della Coppa Rimet, vecchio nome dei Mondiali. Milleduecentottantuno (1.281) gol messi a segno in 1.363 partite ufficiali. Un mito. Riconosciuto con titoli e allori di ogni tipo: Calciatore sudamericano dell’anno nel 1973, Atleta del secolo nel 1999, Calciatore del secolo (con Maradona) nel 2000, Tesoro nazionale del Brasile.
La vita di Pelé cominciò a Trés Coraçoes, Tre Cuori, nello Stato di Minas Gerais, dove nacque il 23 ottobre del 1940, avendo nel Dna i geni del Pallone trasmessi dal papà Dondinho. Ovviamente, prese subito a tirar calci con “la palla di stracci o con un pompelmo”, non avendo i soldini per comprarsi un pallone. Fantasie dei biografi. 

CARRIERA - La sua prima squadra vera fu il Bauru, nella città dove i suoi si erano trasferiti, quando il moretto aveva cinque anni. Crebbe bene, da attaccante. Dribbling e tiro formidabili. Visione di gioco eccellente, ambidestro. Forte anche di testa, nonostante la statura nei limiti della norma. E venne, naturale, il Santos. Grande club. Per un grande giocatore. Che tutti chiamavano Pelé, dopo averlo chiamato “Dico” o “Gasolina” (in onore di un cantante).
A 16 anni, con il biberon, era già capocannoniere del Campionato Paulista. E, tre mesi prima di compiere 17 anni, debuttò in Nazionale, nella partita persa con l’Argentina per 2-1: il gol brasiliano fu suo. Da quel momento, una scalata alla gloria. Nei Mondiali di Svezia, realizzò il primo gol il 19 giugno contro il Galles, consentendo al Brasile di qualificarsi per le semifinali. Il 29 giugno venne il trionfo: 5-2 nella finale con la Svezia. Due reti di Pelé, il più giovane calciatore a disputare una finale di Coppa del mondo.

AFFERMAZIONE - Andò maluccio nel Mondiali del 1962 e del ’66, per infortuni. Perché pure il più Grande aveva la sventura di farsi male. Ma “O Rei” si rifece nel 1970, finale con la mitica Italia che aveva battuto nei supplementari la Germania Ovest. Il Brasile vinse per 4-1 e Pelè aprì le danze. Un mostro. Tarcisio Burgnich, detto “Roccia”, che lo marcava, sconsolato, scandì una delle frasi celebri del calcio: «Prima della partita mi ripetevo che era di carne e ossa come chiunque, ma sbagliavo».
Pelé non era di carne e ossa. Nel Santos, 19 campionati. Nella Nazionale. Persino nei New York Cosmos, dove andò dopo il ritiro e un anno sabatico. Non era di carne e ossa neppure nell’immaginario dei tifosi. Che lo consideravano una divinità. Magari pagana. Qualche esempio? Amichevole del Santos in Colombia. L’incauto arbitrò espulse “O Rei”. Un gesto da temerario. Da folle. Gli spettatori si inferocirono: Pelé rientrò in campo e il direttore di gara fu costretto a togliere il disturbo in tutta fretta. Altra amichevole, nel 1967, a Lagos, in Nigeria. C’era la guerra civile. E le due fazioni, sanguinarie e mai dome, siglarono una tregua di 48 ore per vedersi Pelé. Prima, durante e dopo la partita. 

SPETTACOLO - Teatro per le icone. Pelé diverso da tutti. Diverso anche da Maradona, con il quale non ha mai stabilito un feeling, ricambiato dal “Pibe de oro”. Campioni, amici per finta.
Pelé ambasciatore per vocazione. Altro che allenatore o direttore sportivo, robetta per gente normale.
Nel 1967, fu capace di trasformare il suo ritiro definitivo in un messaggio di fratellanza e di civiltà. Si giocò Cosmos-Santos. Partita trasmessa dalle televisioni di tutto il mondo. Pelé disputò il primo tempo con gli americani, il secondo con i connazionali. A fine incontro, issò con la mano destra la bandiera del Brasile e con la sinistra quella degli Stati Uniti.
Ambasciatore, autore di autobiografie, compositore di brani musicali, attore, primo sportivo attorno al quale è stato realizzato un videogioco, impegnato nella lotta contro la droga (il figlio Edinho fu arrestato nel 2005) e contro le discriminazioni razziali: Pelé è stato e continua a essere un ex calciatore con una storia originale.

MITO - Come incrinare il mito di Pelé? Impossibile. Si può fare solo un po’ di colore sul nomignolo che lo ha reso celebre: Pelé, appunto. Nel 2006, il campione, sconfortato, si confessò in un’intervista concessa al domenicale tedesco “Bild am Sonntag”: «Il nome Pelé non l’ho inventato io. Non volevo essere chiamato così. Pelè non è il mio vero nome, io mio chiamo Edson… Pelé in portoghese è un termine infantile, mentre Edson si rifà a Edison, l’inventore della lampadina. Un compagno di classe volle farmi arrabbiare, affibbiandomi il nomignolo. Persi la pazienza. Lo guardai prima male, dandogli poi uno schiaffo. Per questo, fui sospeso da scuola per due giorni. Con il tempo, imparai a vivere come se nel mio cuore ci fossero due persone: una di nome Edson, che si divertiva con la famiglia e i suoi amici, l’altra invece che era il calciatore Pelé. La cosa buona è che Pelé è una parola facilmente pronunciabile ovunque, mentre con Edson gli asiatici avrebbero avuto problemi”.
Ma va… Diamine, ma perché Pelé? Ai tempi del papà giocatore, il trequartista Dondinho, il piccolo Edson ammirava il portiere del Gama de São Lourenço, Bilé. I tifosi gridavano: «Boa Bilé». Ossia «Bella Bilé». E Edson, che piccoletto giocava in porta, traduceva a modo suo e si cuciva l’incitamento addosso a ogni sua parata: «Boa Pilé».
Bilé, Pilé, Pelé… Così è, se vi pare…
Crediamoci.

I VIDEO DI PELÉ


 
Video: la carriera di Pelé

 
Video: Pelé Vs Maradona

 
Video: Pelé nel film "Fuga per la vittoria"


 

 


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