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Livio Berruti


Carta d'identità LIVIO BERRUTI

Data di nascita

  19 maggio 1939

Luogo di nascita

  Torino

Sport

  Atletica


La frase

«Ero un turista dello sport. Lo praticavo con disincanto. Per me era gioia e i risultati sono venuti senza che io me ne sia reso conto»


Video: Berruti a Roma 60

Video: il flirt Wilma


D

a bambino correva dietro ai gatti. Gli piacevano i cambi di direzione imprevedibili dei felini che si aggiravano nei pressi di casa. Erano velocissimi. E lui non mollava la preda, neppure se la mamma lo chiamava per il pranzo: «Livio, Livio, Livio. Vieni, è pronto».
Poi, lasciati in pace i gatti, scoprì il tennis. Ma si divertiva di più inseguendo, con la racchetta in mano, i rimbalzi della pallina sul campo.
Livio Berruti poteva permettersi questo e altro, avendo alle spalle una famiglia della buona borghesia di Torino.

LA PRIMA SFIDA - Al Liceo “Cavour” trovò il professor Borra, piccolo e tentennante. E Livio, occhiali da vista scuri da finto sgobbone, cominciò a praticare salto in alto e in lungo. Non andava. E non andava al centro sportivo della Lancia, dove il feeling con il tennis non nasceva. A 17 anni, la folgorazione: c’era un tipo dell’Istituto che correva i 100 metri e si dava un sacco di arie. Campione, tu? Vediamo un po’ se è vero. Livio, con gli occhiali scuri, lo sfidò e lo “stracciò”. Livio aveva scoperto la sua specialità, con somma gioia del piccolo professor Borra, che si sentì altissimo, quando Berruti vinse la medaglia d’oro ai campionati studenteschi, correndo i 100 in 11”12.

RAGAZZO PRODIGIO - Aveva 18 anni (Berruti è nato il 19 maggio 1939), quando nel 1957 eguagliò il record italiano dei 100, 10”4, detenuto da Orazio Mariani. Un primato che aveva resistito quasi vent’anni.
Lo staff della Nazionale cominciò a puntare molto sul gracile Livio, provandolo anche sui 200, facendo preoccupare papà Michele. Che scrisse una lettera, diffidando i responsabili: «Livio non ha il fisico, può avere seri problemi». Non lo ascoltò nessuno. E Livio andò avanti come un rullo compressore: nel 1958, abbassò il record sui 100 di un decimo, un 10”3 che diventò anche primato mondiale juniores.

OLIMPIADI DI ROMA - Cento, duecento metri. Malmoe, Milano, Duisburg. Record e avversari, come Hary e Seye, battuti. Il film dei successi si girava senza soste. Aristide Facchini, allenatore della squadra delle Fiamme Oro, aveva lavorato ben bene Berruti: «Devi correre i duecento. Lascia perdere i cento».
E vennero le Olimpiadi di Roma e l’ingresso trionfale nella storia. Il commissario tecnico degli azzurri, Giorgio Oberweger, non era dello stesso avviso di Facchini. chiese a Livio di correre i cento e i duecento, ricevendo una risposta secca: «No».

WILMA RUDOLPH - L’atleta con gli occhiali scuri e i calzini bianchi aveva trovato per strada una determinazione senza precedenti. Qualcuno spiegò la metamorfosi con una storia d’amore. Lei era Wilma Rudolph, velocista statunitense che la famiglia aveva salvato dalla poliomelite e dalla paralisi. “Vacanze romane” numero due. Una riedizione aggiornata del film del 1953 di Wiler, interpretato da Gregory Peck e dalla deliziosa Audrey Hepburn. Livio e Wilma, mano nella mano, dentro la pista di atletica e per le strade del villaggio. Quel 1960 romano vide l’alba più bella e il tramonto più romantico. Livio e Wilma diventarono le icone dei Giochi. Lui fu il primo non nordamericano a conquistare l’oro nei 200 metri, eguagliando il record mondiale in 20”5. Lei, la “Gazzella nera”, fu la mattatrice: vinse i 100, i 200 e la staffetta 4x100.

IMPRESA IMPOSSIBILE - Berruti giocava in casa. Ma l’appoggio poteva non bastare, secondo i nostri esperti, votati al pessimismo, tanto per cambiare. La prima semifinale venne vinta dal Seye. Nella seconda, Berruti correva, avendo al fianco i tre codetentori del record mondiale (20 secondi e 5): l’inglese Radford e gli statunitensi Norton e Jonhson. Paura? Macché. Livio fece una curva perfetta e sbucò agile sul rettilineo. Vinse, centrando 20”5 : i tre mostri eguagliati. E uno, Radford, addirittura eliminato.
Alle sei della sera di quel 3 settembre, a poche ore dalla semifinale, in pista per la finale. C’erano un franco-senegalese, Abdoulaye Seye, e un polacco, Marian Foik. E c’erano i tre terribili americani, Lester Nelson Carney, Stonewall Johnson e Otis Ray Norton.

ORO OLIMPICO - Livio aveva il pettorale 596. Aveva lasciato le scarpette adidas, preferendo le bianche classiche, alla faccia della ricompensa promessa (cinquecentomila lire) dalla ditta. Corsia numero cinque. Falsa partenza. La prima e unica falsa partenza nella carriera di Livio. Tensione. Sbagliò anche Johnson.
Supplizio dell’attesa. Altro sparo. E via. Berruti Livio, 180 centimetri per 66 chilogrammi, divorò la curva. All’ingresso del rettilineo, era in testa. Seye e Carney sembravano sul punto di rimontare. Ma fu Livio a tagliare per primo il filo di lana. Tempo: 20”5. Le colombe bianche avevano accompagnato dall’alto lo sprint di Livio. Fra loro, c’era quella che si era vista nella semifinale, spiccando il volo dalla corsia di Livio? Ai narratori piacque pensarlo e scriverlo.

STAR - Livio ricevette le congratulazioni di Carla Gronchi, moglie del Presidente della Repubblica, e lasciò lentamente lo stadio, “scortato” da sei carabinieri. E in ottantamila lo applaudirono. Impazzirono anche gli italiani davanti alla tv, nei bar. Tutti cercarono Livio. Un fotografo lo ritrasse su una “Vespa”, mentre permetteva a un anziano tifoso di toccare la medaglia d’oro. Un Berruti senza occhiali, commosso. Una foto da museo dello sport.
Quei 20 secondi e 5 da profumo di gloria: solo nel 1980, venti anni dopo, Pietro Mennea sarà in grado di far segnare lo stesso tempo. Livio Berruti, studente della facoltà di Chimica, torinese con la “erre moscia”, diventò “ core de Roma”. La Fiat gli regalò una “500”. Il Coni gli fece arrivare 800 mila lire per l’oro e 400 mila per il record.

TURISTA DELLO SPORT - Giochi di Tokyo 1964, Olimpiadi di Città del Messico nel 1968: Berruti tramontò. Piano, piano. Così va la vita. Restano le sue frasi, sagge, profonde: «Lo sport è cultura, speriamo che continui ad esserlo… Ero un turista dello sport. Lo praticavo con disincanto. Per me era gioia e i risultati sono venuti senza che io me ne sia reso conto».
Chissà se Livio ricorda ancora gli occhi neri della bellissima Wilma, dalle splendide e lunghissime gambe, e quel settembre romano. Mano nella mano.
Fu veramente una storia platonica alla Peynet? I gentiluomini, come il dottor Livio Berruti, su questi argomenti, hanno sempre la bocca cucita.

I VIDEO DI LIVIO BERRUTI


 
Video: Wilma Rudolph a Roma 1960


 
Video: Livio Berruti a Roma 1960

 

 

 


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