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Il Grande Torino

Gli eroi immortali della tragedia di Superga


Carta d'identità IL GRANDE TORINO

Periodo d'oro

  Anni 40

I successi

  5 scudetti

La tragedia

  4 maggio 1949
Superga (Torino)


La frase (di Indro Montanelli)

«Gli eroi sono sempre immortali agli occhi di chi in essi crede. E così i ragazzi crederanno che il Torino non è morto: è soltanto in trasferta»


Video: Toro-Juve

Video: la tragedia

Video: il film


«U 

n crepuscolo durato tutto il giorno, una malinconia da morire. Il cielo si sfaldava in nebbia. E la nebbia cancellava Superga».
Il Cinegiornale “Settimana Incom” cercò di trovare le parole giuste.
Il Torino aveva giocato a Lisbona, con il Benfica. In campo: Bacicalupo; A. Ballarin, Martelli; Grezar, Rigamonti, Castigliano; Menti, Loik, Gabetto, Mazzola, Ossola. A incontro in corso, erano entrati Fadini per Castigliano e Bongiorni per Gabetto. Un’amichevole. Quarantamila spettatori. Quattro a tre per il Benfica.
Era il 3 maggio del 1949. Fu l’ultima partita del Grande Torino.
Il giorno dopo, il 4 maggio, il trimotore Fiat G 212 delle Aviolinee italiane arrivò su Torino, quando una nebbia fitta nascondeva la città e le colline circostanti. Alle 17,05 precipitò sui muraglioni di sostegno del giardino posto sul retro della Basilica di Superga. Morte sul colpo per le trentuno persone a bordo, fra calciatori, tecnici, dirigenti, giornalisti ed equipaggio.

INCREDULITÀ - Tony Gianmarinaro non aveva compiuto ancora 18 anni. Era nato a Tunisi ed era una mezz’ala con caratteristiche offensive. Giocava nei ragazzi del Toro. Quel giorno e il giorno seguente guardò in alto, smarrito, le mani giunte, gli occhi pieni di lacrime. Aveva visto i campioni in allenamento e in partita, aveva cercato di carpire i segreti a Mazzola. I campioni irraggiungibili non c’erano più. E lui non capiva. Non riusciva a capire.
Tony giocò le restanti quattro partite di campionato, con la maglia di Mazzola. Segnò due gol, uno con il Genoa e uno con il Palermo. Era un Torino di baby. Una formazione-tipo di sconosciuti, con Roberto Copernico direttore tecnico: Vandone; Motto, Mari; Macchi (Biglino), Ferrari (Bersia), Lussu; Audisio, Francone, Marchetto, Gianmarinaro, Giuliano. Biglino e Giuliano erano gli unici ad aver giocato in prima squadra.
Quel Torino in lutto vinse con Genoa, Palermo, Sampdoria e Fiorentina. Che, per solidarietà, mandarono in campo solo le riserve. Tony e gli altri giocarono in trance, tra fantasmi, icone e lacrime. E si cucirono addosso il quinto scudetto consecutivo: il Toro aveva già vinto nel 1942-43 e, dopo la sospensione bellica e la caduta del regime fascista, nel 1945-46, nel 1946-47 e nel 1947-48.

Il GRANDE TORINO - Fu una rivoluzione, in un’Italia che, anche nel calcio, improvvisava e metteva all’indice le novità e i programmi seri.
L’uomo nuovo fu Ferruccio Novo, presidente dall’estate del 1939, quando, a 42 anni, prese il posto dell’ingegner Giovanni Battista Cuniberti. Biglietto da visita? Toro da sempre: giocatore («Ero una schiappa», ripeteva), tifoso, socio-finanziatore e consigliere.
Novo, con il fratello, aveva una fabbrica di accessori in cuoio. Ed era abituato a gestire tirando fino all’ultima lira. Ergo: non era un mecenate, ma un amministratore con i fiocchi.
Il nuovo presidente ascoltò in primis i consigli di Vittorio Pozzo e si ispirò ai club inglesi, mettendo su un organico intelligente per la gestione della società.

STAMPO INTERNAZIONALE - Inglese l’organizzazione del club, inglese l’impostazione di gioco. Novo si era innamorato di una nuova tattica, il “sistema” o il “W M”, studiata e messa in atto da Herbert Chapman. Il “sistema” prevedeva tre difensori, quattro centrocampisti e tre attaccanti posti ai vertici di una “W”. Per Novo il tutto era meglio del “metodo”. E impose la scelta ai tecnici. Prendere o lasciare.
Allenatori e direttori tecnici si alternarono: Kutik, Janni, Ferrero, Sperone, Lievesley, Erbstein. Proprio Ernest “Egri” Erbstein aggiunse storia alla grande storia del Torino: ebreo-ungherese, scappò dall’Italia attraverso l’Europa, con la famiglia. Verso l’Olanda, verso l’Ungheria, per sfuggire la persecuzione delle SS e delle “Croci frecciate”. Coraggioso, Ernest: col finto cognome “Egri”, ogni tanto, riusciva a raggiungere l’Italia e Torino, per consigliare Novo. L’allenatore errante, come non bastasse, fu accusato di essere una spia russa, di aver tramato contro la nazionale italiana e di avere simpatie comuniste. Infamie.

BLOCCO DI GRANATA - Il Torino divenne comunque una “macchina da guerra”. I campioni furono scoperti e acquistati con perizia, dopo l’abbandono dei “vecchi”. Come Oberdan Usello. Come Raf Vallone, che preferì dedicarsi al giornalismo e, in seguito, al cinema e al teatro.
Il primo fiore all’occhiello fu Franco Ossola, ala, prelevato dal Varese per 55mila lire. Via via, il Toro “arruolò” Menti (300mila lire), Gabetto (330 mila lire), Ferraris (250mila lire), Grezar (450mila lire), Loik e Mazzola (1.200.000 più Petron e Mezzadri), Bacicalupo (160mila lire), Castigliano (600mila lire). Uno dopo l’altro, compresi Maroso e Rigamonti del vivaio, i fuoriclasse per il Grande Torino, un blocco granitico. Capace di dare dieci uomini, dal numero 2 al numero 11 (eccezione, il portiere Sentimenti IV della Juventus), alla Nazionale di Pozzo: 3-2 all’Ungheria, l’11 maggio del 1947, a Torino.

NUMERI E CUORE - Il Grande Torino, la squadra dei record incredibili: 16 punti di vantaggio sulla seconda, 19 partite su 20 vinte sul proprio campo, 121 reti segnate in un campionato, imbattibilità sul proprio campo dal 1945 alla fine…
Ma i numeri sono aridi. Il Grande Torino era Grande per tutto. Quando la partita stentava a decidersi, un capo-tifoso (il trombettiere del “Filadelfia”) suonava la carica e la gente batteva i piedi sulle tribune di legno. Un ritmo musicale, “cupo, rabbioso, incalzante”: «Toro, Toro, Toro…». In campo, altre volte, c’erano i “15 minuti” di Valentino Mazzola. Il capitano tirava su le maniche della sua maglietta fin oltre i gomiti e sembrava urlare “alé”. Era il segnale della carica: gol e spettacolo serviti. E l’avarizia crepava.
Mazzola… i voli di Bacicalupo, le rovesciate di Aldo Ballarin, lo stile di Maroso, la mobilità di Castigliano, la classe di Grezar, l’impeto di Rigamonti, le punizioni di Romeo Menti, il fiato di Loik, le acrobazie di Gabetto, l’arte di Mazzola, il tiro di Ossola: il mosaico più riuscito del calcio.

ULTIMA TRASFERTA - Le bare furono esposte a Palazzo Madama. In più di cinquecentomila ai funerali. Il Governo rappresentato da un giovane Andreotti. Il presidente della Federazione Gioco Calcio, Ottorino Barassi, fece l’appello, come se tutti dovessero scendere in campo: Bacicalupo, Ballarin…
C’era anche Erbstein, il presunto traditore. Con la bandiera sulla bara.
Ferruccio Novo e Nicolò Carosio piangevano: non erano partiti. Il primo per una broncopolmonite, Carosio per la cresima del figlio. Il destino.
«Gli eroi sono sempre immortali agli occhi di chi in essi crede. E così i ragazzi crederanno che il Torino non è morto: è soltanto in trasferta», scrisse Indro Montanelli.
Tony Gianmarinaro, il ragazzo di Tunisi, non capì la morte dei suoi eroi. Non la volle capire. Erano in trasferta.
Tanti anni dopo, da allenatore, ribadì la propria convinzione: «Il Torino non è mai morto».

I VIDEO DEL GRANDE TORINO


 
La vittoria 3-1 del Grande Torino nell'ultimo derby con la Juventus, il 13 febbraio 1949 

 
Il racconto della tragedia di Superga al cinegiornale "La Settimana Incom"

 
Il discorso di Ferruccio Novo nel film "Il Grande Torino"



 

 


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