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Ribot e Varenne

I cavalli dall'infanzia difficile e dalla carriera luccicante


Carte d'identità

Ribot

Data di nascita

  27 febbraio 1952
(17 aprile 1972)

Luogo di nascita

  Newmarket (GBR)

Sport

  Ippica

La frase dell'allevatore Tesio

«Non è da buttar via, ma sarà
un cavalluccio senza valore»

 


 

Varenne

Data di nascita

  19 maggio 1995

Luogo di nascita

  Copparo (Ferrara)

Sport

  Ippica

La frase del driver Minnucci

«Prendilo, non ti preoccupare della cifra. I soldi rientreranno con gli interessi »


Video: Ribot

Video: Varenne


I

cavalli, gran bella gente. «Per chi sappia ascoltarli, sono narratori omerici e fluviali», per dirla con Patrizia Carrano che ha scritto in maniera deliziosa anche di nobilissimi equini, riuscendo a coglierli e a capirli nei loro momenti umani. Tanti.
I cavalli di tutti gli italiani, della Patria s’è desta. Da “Fratelli d’Italia”, quando vincevano. Ossia Ribot e Varenne. Una storia quasi simile, caratterizzata da un’infanzia difficile.

Ribot, concepito da Romanella, dopo un veloce incontro d’amore con il grandissimo Tenerani, nelle verdi campagne inglesi, nei pressi di Newmarket, nacque il 27 febbraio del 1952, “sgangherato, con la coda di un topo e una criniera plebea”, così fatto male da non piacere neanche al suo allevatore, Federico Tesio: «Non è da buttar via, ma sarà un cavalluccio senza valore. E io non mi sbaglio». Tesio si sbagliò: il brutto anatroccolo divenne “Ribot, il cavallo del secolo”. Ribot, dal nome di un poco noto pittore francese dell’800, Armand Ribot: a Tesio piacevano gli artisti.

Varenne è nato il 19 maggio del 1985, presso l’allevamento di Zenzalino, a Copparo, in provincia di Ferrara, dall’unione densa di passione tra l’apparentemente freddo stallone americano Waikiki Beach e la focosa emiliana Ialmaz. Nato bello per “discendenza, morfologia, carattere e tempra”. Bello, ma con un problema alla cartilagine, un “chip” al nodello posteriore destro. Solo un fastidio per un cavallo sedentario. Un guaio serio, se il cavallo decide di fare l’atleta. Utopistico farlo diventare un campione. Previsioni smentite in pieno: Varenne è stato un supercampione. Era dai tempi del cavallo-senatore di Caligola che un quadrupede non aveva avuto così tanto successo di pubblico. Varenne è stato addirittura nominato ambasciatore di pace da Maria Pia Fanfani «per aver saputo condividere con generosità la propria potenza, impeto e grande vitalità, nella corsa alla solidarietà in aiuto dei più sofferenti».

RIBOT - Una mattina il brutto anatroccolo figlio di Tenerani e Romanella si presentò sulla pista di allenamento. E fece storcere subito il muso a uno degli inservienti che, dopo la doma, fu costretto ad allungargli di venti centimetri un sottopancia: «Va bene a tutti, a questo ronzino no». Il brutto anatroccolo ascoltò il commento e si prese la rivincita su quel povero incompetente e sugli altri diffidenti: lungo la pista, seminò i due coetanei, più leggeri e più spavaldi. E divenne all’improvviso Ribot.

Campione - Debuttò il 4 luglio del 1954, giorno in cui gli americani festeggiano la loro indipendenza, nel Premio Tramuschio, a San Siro, sulla distanza dei 1000 metri. Un successo facile. Il suo allevatore, Tesio, purtroppo non c’era: era scomparso qualche mese prima. Il marchese Mario Incisa della Rocchetta, titolare della scuderia “Razza Dormello Olgiata” aveva trovato un tesoro.
Ribot si cimentò su distanze più lunghe e divenne il più forte galoppatore della storia: due Arc de Triomphe, King George Stakes, Gran Premio di Milano. Sedici uscite, sedici vittorie. Il suo fantino, Enrico Camici, godeva nel guidarlo e spesso, come accadde nel 1956, nell’Arc de Triomphe, si girava per guardare gli avversari seminati.

La Regina Elisabetta - Sempre nel 1956, ad Ascot, si correva una delle corse più importanti, la King George Stakes. Fra i centomila, c’era la Regina Elisabetta, venuta a sostenete il suo cavallo, High Veld. La Regina si infervorò: il cavallo della casa stava vincendo. Fu un’illusione: Ribot, ai 200 metri conclusivi, superò l’avversario e vinse con 5 lunghezze. Gli inglesi si tolsero il cappello. Elisabetta II, sorriso aperto, si congratulò con il marchese Mario Incisa. La sportività e la classe della Regina.
Il marchese ringraziò, rimpinguò le rendite che gli portava Ribot e investì in… vini, acquistando il territorio toscano dove crescono le vigne del “Sissicaia”, nettare prelibato.
Il “cavallo del secolo” lasciò l’attività ed entrò in razza nel 1957: fece lo stallone in Italia, in Inghilterra e negli sati Uniti e fu il papà di Molvedo e Prince Royal. Morì giovane, a 20 anni, per un’emorragia interna.

Mito a quattro zampe - Era un cavallo sensibile, Ribot. E voleva essere capito. Con lui legò l’artiere Mario Marchesi. Che intuì la dignità del campione già al momento della doma, quando accennò a dargli un secondo zuccherino per premio: Ribot allontanò il muso, quasi offeso. Non voleva essere scambiato per un puledrino appena nato. In un’altra occasione, il cavallo fece capire chiaramente a Marchesi, protestando a gamba tesa, che voleva conservare le sue abitudini, come quella di entrare nel box a “marcia indietro”.
Ribot non era un cavallo qualsiasi. Aveva tifosi ovunque. Un papà folle, nel 1950, chiamò il figlio con il suo nome. Pensate, che regalo: «Mi chiamo Ribot… mio nonno era un cavallo».

* * *

VARENNE sullo stesso piano. Quando correva, fece strage di cuori. Raffaele Di Matteo, un pescatore di Boscotrecase, paesino in provincia di Napoli, il 9 luglio del 2002, decise di dare al terzogenito i nomi di Varenne e Giampaolo (in onore del driver, Minucci). Troppo, per la moglie Emilia Blasi, che si rivolse al Tribunale. Nonostante il plauso e le dichiarazioni del driver: «Suo figlio sarà un campione. Magari di briscola, ma sarà un campione».
Altri fan si facevano dipingere sulla nuca il nome del santo cavallo. E altri ancora erano disponibili a pagare pur di accarezzarlo.
Un innamoramento collettivo: un fumetto realizzato da Ermanno Mori (ideatore e curatore del Museo Storico del Trotto), una canzone composta, nel 2001, da Enzo Jannacci: «Passato il tempo del grande Ribò / Non sentivamo più battere il cuore / Non credevamo arrivasse qualcuno dal vento dall’ira del mare / Ma ecco un giorno compare un campione come legato ad un turbine azzurro, e tutti a / gridare un nome solo, forteeeee / Varenne, Varenne, Varenne trè bien…».

La svendita - In principio fu un incompreso. Lo chiamarono Varenne, sembra per un omaggio alla via di Parigi dove ha sede l’Ambasciata italiana. Lo chiamarono Varenne e non lo presero sul serio: il suo “creatore”, Sandro Viani, vendette la metà al socio, già comproprietario, Jean Pierre Dubois, per dieci milioni di vecchie lire.
Una svendita. Dubois portò il cavallo nel suo allevamento, l’Haras de la Brosse, in Normandia. E lì lo fece crescere. Un anno dopo lo riportò in Italia, a Bolgheri, in Toscana, città famosa per i cipressi di Carducci. A Firenze, il baby Varenne sostenne la prova di qualifica: un tempo normale, guidato da Andrea Beveresi, intenzionato ad acquistarlo, ma scoraggiato da una richiesta di oltre cento milioni.

La sorpresa - Il debutto a Bologna, con un’altra guida: lo svedese Roger Grudin. Varenne sbagliò l’allineamento, sbagliò al galoppo. Vinse, ma fu squalificato, come da regolamento. Aveva comunque colpito tutti: signori, questo è un dono divino. Ci fu la “ressa” davanti allo studio di Dubois. Il più tenace era il driver Giampaolo Minnucci. Che convinse Enzo Giordano, appassionato di cavalli e cambista napoletano: «Prendilo, non ti preoccupare per la cifra. I soldi rientreranno, con gli interessi». Giordano scucì 150 milioni di vecchie lire. E fece l’affarone. Varenne divenne il più ricco trottatore mai esistito sulla Terra: con la la World Cup 2002, superò in somme vinte l’americano Moni Maker.

Il Capitano - Una carriera favolosa: Derby di Roma, Gran Premio delle Nazioni a Milano, Prix d’Amerique (due volte) a Parigi, Gran Premio Lotteria di Agnano a Napoli (tre volte), Elitloppet di Stoccolma (due volte)… Un bilancio da trottatore più veloce e più ricco di sempre: 62 vittorie su 73 gare disputate, record mondiali sui 1600 e 2000 metri, milioni e milioni di euro guadagnati.
A quasi 14 anni di età, Varenne, detto “Il Capitano”, Toro con ascendente in Sagittario, vive in pensione e si dedica alla messa in razza ormai da sette lunghe stagioni. Amori su commissione (tasso di monta, 15mila euro). Con figli sparsi. Il suo primogenito si chiama Icaro del Ronco. La prima discendente femmina scesa in pista è Ira del Rio. Ma lui, Varenne, stravede per Loggia, un figlio bravo, che ha vinto una corsa in America.

Terza età - Varenne medita… Ricorda il suo padrone Enzo Giordano, il suo veterinario Pio Iannarelli («Che bravo… »), il suo driver Giampaolo Minnucci, il suo preparatore finlandese Jori Turja, la sua groom Iina Rastas («Che rompiscatole»), il suo pranoterapeuta svedese Tommy Lindgren, il suo psicologo mohicano Joumari Cheeniero, il suo maniscalco finlandese Esa Myllymaki.
Ricorda il suo rifugio di Tor San Lorenzo, un centro ippico poco lontano da Roma. Giocava con un compagno del maneggio, inseguiva il pallone, si sdraiava sotto l’albero a godersi le prime giornate di primavera, gustava un paio di carote fresche, accettava un carezza, si impigriva.
Era il suo riposo del guerriero. In attesa di correre, da Superman del trotto.
Varenne comincia a sentirsi vecchio. E gli dà fastidio avere come padrone anche lo Snai, il sindacato delle agenzie ippiche. Ama i padroni che hanno nome e cognome. E un viso da guardare.

I VIDEO DI RIBOT E VARENNE


 
Istituto Luce: la storia di Ribot, il Cavallo del secolo

 
Video: la vittoria di Varenne alla World Cup 2002


 

 


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