| Carta d'identità | PAOLO MALDINI | ||||||||||||
![]() |
|
| A |
nno 1985. Mese di gennaio. Giorno 20. Il debutto a Udine. Cesarone Maldini ricorda la convocazione di Paolino: «Ghiaccio, neve. Un tempo che inchiodava al caminetto. Il bimbo doveva andare a Milanello. “E questo chi lo accompagna?”, dissi a mia moglie. Per fortuna, telefonarono e mi fermai all’uscita dell’autostrada, dove arrivò il pullmino della società a prenderlo».
A Udine nacque Paolo Maldini, Highlander, l’ultimo immortale. L’uomo, il giocatore immune dall’usura. Gli almanacchi scrivono: «Nato a Milano, il 26 giugno 1968». Quasi 41 anni. Balle. Alchimie. Puzza di Cagliostro o del Diavolo, quello vero. Paolo Maldini dice addio perché gli hanno ripetuto mille volte il ritornello della vecchiaia, dell’età che impone il ritiro. In realtà, lui è il più giovane, in un Milan di vecchi. E potrebbe giocare per l’eternità. O, almeno, fino a quando arriverà alla presidenza il pronipote di Silvio Berlusconi.
PREDESTINATO - Intramontabili si nasce. Lo capirono subito mamma Marisa e papà Cesare, che giocava nel Milan, da stopper o da libero. Bravissimo, ma non immortale per via di occasionali papere, le celebri “Maldinate”, improvvise amnesie, per eccesso di eleganza.
Paolino crebbe, tra i supervoti in matematica e gli allenamenti a casa, dove rompeva tutto, tanto da costringere mammina a contrarre un’assicurazione.
Bello, Paolino di mamma e di papà. Bravo Paolino di mamma e papà. Una famiglia ricca. Sei figli: tre maschi e tre donne. Paolino, il più scavezzacollo. Fra altro, il tipetto era pure tifoso della Juve. Teneva il poster della squadra bianconera e di Boniperti, suo idolo, del quale chiedeva notizie al papà. Strana fissazione, passata a dieci anni, quando fece il provino per il Milan e fu preso in consegna da un certo Braga. Lo schierarono all’ala. E Cesarone andò all’Idroscalo per quasi due ore: non voleva vedere e non voleva influenzare.
L'ESORDIO - A Paolino fu fatto firmare il contratto di corsa: il non meglio identificato Braga aveva il fiuto del talent scout. E l’Intramontabile di nascita cominciò a mettere su ossa e muscoli, fino ad arrivare alla Primavera, allenata da Fabio Capello. Che, come ogni buon friulano, era un duro e parlava pochissimo. Cesarone chiedeva e Capello sussurrava: «E’ bravo, deve migliorare… ».
Su Highlander vegliava Nils Liedholm, lo svedese del “Gre-No-Li”. Il “barone”, “Liddas”, era l’allenatore del Milan di Farina, un Milan con poche lire. Era un maestro Liedholm, unico nella storia del calcio: insegnava i fondamentali, educava la mente, teneva all’etica. Fu la fortuna di tanti giocatori (di Tassotti, ad esempio: scarso di tecnica, quando fu acquistato) e, ovviamente, di Paolo Maldini.
Un giorno, proprio Liedholm lo convocò per la trasferta di Udine, anticipandogli che forse avrebbe giocato. E Paolino entrò all’inizio della ripresa al posto dell’infortunato Battistini. Finì 1-1 e il maestro corse in campo per abbracciarlo. Era una giornata scura e dovettero accendere i riflettori per concludere la partita.
LEGGENDA - Maldini aveva poco più di sedici anni e, immancabile, nell’Italia dei pettegolezzi, fu montata la storia del “raccomandato”, del “figlio d’arte”. Paolino, solo qualche tempo dopo, con educazione, tirò qualche frecciatina: «Io e papà Cesare siamo arrivati a occupare i nostri posti, non per caso o per altro, ma per i nostri meriti, dovuti all’impegno nel lavoro. Ed è una soddisfazione immensa. Quando mio padre fu nominato commissario tecnico della Nazionale, qualcuno scrisse idiozie, dimenticando i tre titoli europei con l’Under 21. Per quanto riguarda me, parlano i fatti. Certo, ho dovuto un po’ ingoiare amaro».
Milan, Nazionale. Sette scudetti. Cinque Coppe dei Campioni. Tre Coppe Intercontinentali. Milletrentanove presenze fra Milan e Nazionale… Sono i numeri principali di Paolino, “Patrimonio dell’Unesco”.
SIGNORE DEL CALCIO - Paolo Maldini. Amato come giocatore e amato come uomo. Osannato anche all’estero. Carismatico sul campo. E fuori. Ma anche leggero, discreto, lontano dai gossip e legato alla gonna della moglie Adriana Fossa, invidiata da mezza Italia.
Il Capitano, un’icona. Eppure capace di fare il disc-jockey, per volere dell’amico Ringo di “Rete 105”. Condusse “Codice rap” e si beccò qualche critica: «In radio non ha grinta». Amore per i Beatles. Per Elton John, gli Oasis, i Blur, i Velve e le Spice Girls.
I Miti, gli Intramontabili, per essere tali, devono avere un’altra faccia. E Maldini la possiede. Variegata. Per citarne una, quella della paura dell’uomo normale: avere una vecchiaia tribolata, con l’artrosi, con i dolori. Senza l’ansia del novantanove per cento delle persone, non avrebbe mai smesso. Sarebbe stato davvero Highlander.
L'EREDITÀ - Nessuno è Highlander. E Paolo Maldini si è affrettato a dimostrarlo, facendo il giro del campo di addio, dopo una partita persa con la Roma e dopo uno striscione maldestro della Curva. Che, chissà per quale motivo, lo ha degradato, inneggiando all’unico Capitano, Franco Baresi.
Paolo Maldini ha fatto il giro del campo, baciando la folla, ripercorrendo una vita di calcio, rivedendo Liedholm, Sacchi, Capello, Zaccheroni, Tabarez, Vicini, Terim… Bruciando dubbi, nostalgie e maturando una convinzione: il calcio ancora, ma visto da altre angolazioni. Mai dalla panchina.
Lo stress, una brutta bestia. Anche per l’ultimo Highlander.
Lontano, sulla spiaggia di Viareggio, la sua spiaggia di Viareggio, stranamente deserta, sbuca la sagoma del figlio Christian. Ha la maglia rossonera numero 3.
Cesare Maldini. Paolo Maldini. Christian Maldini. La storia continuerà.




