| Carta d'identità | Enzo Bearzot | ||||||||||||||||||||||||
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E pensare che il Mundial del 1982 inizia con l’invenzione del “silenzio stampa” imposto da Enzo Bearzot a tutta la squadra, in seguito alle feroci critiche mosse dai giornali italiani alla Nazionale.
Il gruppo obbedisce e alla fine riporta in Italia, dopo quarantaquattro anni, la Coppa del Mondo.
Una vittoria del gruppo e della “straordinaria umanità di Bearzot”, come dice il capitano Gaetano Scirea. Ma è anche una vittoria della tecnica e della tattica, quella che il Vecjo, com’è soprannominato il ct, apprese dai suoi maestri: Nereo Rocco e Fulvio Bernardini, dei quali era stato assistente nel suo “praticantato” per diventare allenatore.
Enzo Bearzot inizia a giocare come mediano-difensore, passando dal Pro Gorizia all’Inter, poi al Catania ed infine al Torino. Dal 1964 dà avvio allo studio da allenatore affiancando Rocco e Fabbri; successivamente allena il Prato. Alla Nazionale arriva prima per allenare l’Under 23, poi come assistente di Valcareggi e di Bernardini.
Un approccio lento alla panchina, il suo, che sembra riflettersi nella lentezza nel conseguire risultati con la nazionale maggiore. Giunge alla guida dell’Italia dopo i Mondiali di Germania del 1974, fallendo però le qualificazioni all’Europeo del 1976; e la lascerà solo dopo aver battuto il record fino a quel momento detenuto da Pozzo, totalizzando 105 partite da ct azzurro.
I primi risultati si registrano al Mondiale del 1978: arriva quarto, ma i critici affermano all'unanimità che la sua Italia esprima il gioco più bello tra tutte le squadre della competizione. Anche all’Europeo in Italia, nel 1980, la formazione azzurra si conferma una “bella incompiuta” (come fu soprannominata) riuscendo a piazzarsi nuovamente solo al quarto posto.
Passo dopo passo, si arriva al 1982, inaugurato anche questo con lentezza: le prestazioni sono talmente mediocri che la stampa vuole la testa del ct. Questo per lo meno fino alla partita contro ol Brasile nella quale Paolo Rossi segnò 3 gol interrompendo un lunghissimo digiuno. Il resto ormai - come si dice in questi casi - è storia. Non solo nella storia del calcio ma anche in quella del Paese con l'immagine del presidente Pertini che gioca a carte e si diverte proprio con il “Vecjo”.
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