| Carta d'identità | Arrigo Sacchi | |||||||||||||||||||||
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Quando nel 1982 la Nazionale di Enzo Bearzot conquista la finale del Mondiale 1982 Arrigo Sacchi, da poco 36enne, è a Coverciano per il corso da allenatore. Con lui c’è Zdenek Zeman, un altro profeta del calcio offensivo. Nessuno può immaginare che il giovane Arrigo, reduce da un’esperienza poco gloriosa nella Primavera del Cesena, a pochi passi dalla sua Fusignano, fra pochissimi anni diventerà lo scultore dell’opera calcistica meglio riuscita: Il "Milan degli Invincibili". Forse qualcuno lo ha sospettato nella fabbrica di scarpe del papà, dove si dice che a 7 anni già discutesse di tattica. Ma probabilmente è solo una favola costruita attorno a un personaggio ormai leggendario del mondo del pallone.
Sacchi fa la gavetta come tutti. Rimini, giovanili della Fiorentina, ancora Rimini. Nell’85 la svolta di Parma: conquista la Serie B con un calcio spettacolare, fatto di pressing e difesa a zona, ed elimina dalla Coppa Italia la squadra con cui segnerà un’epoca calcistica: il Milan. Siamo nel 1987. Il rampante Silvio Berlusconi ha comprato da un anno un Diavolo in rovina da 8 anni di conti in rosso e insuccessi, e per il rilancio vuole proprio Sacchi, che lo ha affascinato con la mentalità offensiva.
Qualcuno dà del matto al presidente rossonero. La mossa, invece, è quanto mai azzeccata. Sacchi grazie anche a stelle di prima grandezza come van Basten, Baresi, Gullit e Donadoni rielabora il calcio totale dell’Olanda di Cruijff, dandogli la concretezza difensiva tipica della tradizione italiana. Segna molti gol, ne incassa pochissimi. Storici i successi dell’88 in Coppa dei Campioni: 5-0 in semifinale al Real Madrid a San Siro e 4-0 in finale alla Steaua Bucarest, al Camp Nou (Barcellona). Vince tutto, dallo Scudetto all’Intercontinentale. Inevitabile, alla fine dell’avventura rossonera (per delusioni sportive e incomprensioni con alcuni giocatori, si dice) la chiamata in Nazionale. Dopo solo 4 anni di calcio vero, ad alti livelli, Arrigo Sacchi è già il più grande di tutti. E’ il trionfo dell’inesperienza, del coraggio e dell’innovazione.
La storia in azzurro comincia nel 1991. Putroppo, però, ha poco o niente in comune con quella rossonera. Forse paga il fatto di non poter lavorare quotidianamente con i giocatori, cosa in cui crede fortemente. Raccoglie l’eredità di Azeglio Vicini, che ha mancato la qualificazione a Euro 1992. Ma non fa troppo per non far rimpiangere il collega. Centra comunque la qualificazione al Mondiale 94, negli Usa. Si porta mezzo Milan: Maldini, Baresi, Costacurta, Tassotti, Albertini, Donadoni, Evani, Massaro. Il secondo in panchina è un certo Carlo Ancelotti. Esordio disastroso con l’Irlanda (0-1), vittoria di misura con la Norvegia e pareggio 1-1 col Messico. L’Italia passa da terza ripescata. Poi si sveglia grazie a uno straordinario Roberto Baggio, che la conduce fino alla nota finale persa ai rigori contro il Brasile, con l’ultimo decisivo penalty fallito proprio dal Divin Codino.
La Figc conferma Sacchi nel ruolo di ct. Lui si rimette al lavoro, svecchia la squadra. Fa fuori Baggio (appena 27enne) per un giovane Del Piero. Esculsi anche Mancini, Vialli, Signori e Pagliuca. Le qualificazioni a Euro '96 danno ragione alle sue scelte. L’Europeo vero e proprio no. L’Italia arriva terza nel Gruppo C alle spalle di Germania (campione) e Repubblica Ceca, le due finaliste. Dal dischetto questa volta tradisce Gianfranco Zola, nell’ultima sfida del girone, contro i tedeschi. E’ l’ultimo atto di Sacchi sulla panchina azzurra.
Gli anni a venire il tecnico di Fusignano li trascorre fra un ritorno al Milan, l’Atletico Madrid, il Parma e la direzione tecnica del Real Madrid. Molte delusioni e molto stress, che lo portano a chiudere con il calcio. Ora fa il commentatore in tv, apprezza allenatori giovani come Ballardini ed esuberanti come Mourinho. In loro, forse, rivede il suo passato. Quello di un principiante che in soli 4 anni sulla cresta dell’onda ha travolto tutto e tutti, rivoluzionando il calcio.
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