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Distinguere l’industriale dall’artista, l’uomo dal mito, per uno che diceva di sé “io sono uno che ha sognato di essere Enzo Ferrari”, è impossibile. Il padre della casa automobilistica più famosa e prestigiosa del mondo, del resto, non poteva che essere un personaggio complesso e semplice allo stesso tempo. Il manifesto dell’umiltà al servizio del voler fare: una pratica che oggi gli darebbe il nome di “self made man”.
Sì, perché Enzo Anselmo Ferrari, nato a Modena il 18 febbraio 1898, non è nato con il cavallino già cucito sulla camicia. Lo ha allevato, con le difficoltà che vivono le persone cosiddette “normali” e con la caparbietà e l’ingegno è diventato quello che aveva sempre sognato di essere. “Poche persone si possono paragonare a lui – ha raccontato Enzo Biagi – e pensare che a 19 anni piangeva perché non sapeva cosa fare…”
LE ORIGINI - Ferrari nasce sotto una bufera di neve, e papà Alfredo è costretto a registrare la sua venuta al mondo con due giorni di ritardo. Mamma Adalgisa Bisbini sperava che non fosse maschio, perché c’era già il fratello maggiore Alfredo Junior detto Dino, erede designato. Non una bella partenza per Enzo, abituato però a rimonte strabilianti. Cresce in un ambiente rigido come poteva esserlo quello di una famiglia dei primi del '900. Durante la Grande Guerra zoccola i muli dell’Esercito. Sono tempi duri, nel 1916 muoiono a breve distanza il papà e il fratello. Poi finisce la guerra, e c’è da pensare al lavoro.
La pista è tortuosa e le curve della vita difficili da prendere. Al primo giro di cronometro Enzo Ferrari incassa ancora una sconfitta. Si presenta in cerca di lavoro alla Fiat e ne esce con un rifiuto. Facile immaginare le lacrime raccontate da Biagi. Eppure, il destino 50 anni dopo farà sì che la Scuderia Ferrari sia di proprietà al 90 per centro proprio della Fiat…
DA PILOTA A IMPRENDITORE - Enzo non si perde d’animo e trova un’opportunità in una piccola impresa meccanica, la CMN. Comincia prima a collaudare, poi a guidare le auto da corsa. Non è un grandissimo pilota, ma si vede il carattere. Nel 1919 partecipa alla Targa Florio, arrivando nono. Un anno dopo inizia a correre con l'Alfa Romeo, dove nella stessa gara è secondo. Stringe rapporti con Nicola Rimini, principale aiutante di Nicola Romeo. Continua a gareggiare e nel 1923 vince sul circuito di Sivocci a Ravenna. Qui avviene un incontro dal forte significato simbolico. Ad assistere alla gara c’è Paolina Biancoli, madre del leggendario aviatore della prima guerra mondiale Francesco Baracca. E’ colpita dal coraggio e dall’audacia del giovane Ferrari, e gli consegna il simbolo che il figlio portava sull carlinga dell’aereo, un cavallino rampante. Sembra anche che gli abbia detto: “Le porterà fortuna”. Una di quelle storie che contribuiscono ad alimentare il mito.
Nel 1924, con la conquista della coppa Acerbo di Pescara, Enzo Ferrari raggiunge il punto più alto della carriera da pilota. Viene promosso a pilota ufficiale, partecipa al Gran Premio di Francia. Passano gli anni, e il suo ruolo all’interno dell’Alfa Romeo cambia. Entra a far parte dello staff manageriale, fino al 1929, quando fonda la Scuderia Ferrari. La sua creatura collabora con l’Alfa Romeo, fornendogli assistenza tecnica. Ferrari mette in piedi un team di oltre 40 piloti, tra cui Alberto Ascari, Giuseppe Campari e Tazio Nuvolari.
LA COMPAGNA DI VITA - In questi anni Enzo Ferrari si sposa con Laura Garello. E' un'unione difficile e tumultuosa. Lei non ama le corse né tantomeno le donne che ci girano attorno, e il marito non è certo un monaco. Ferrari però la ama. Nel ’32 nasce il primogenito, Alfredo detto Dino, che scomparirà prematuramente nel 1956 per distrofia muscolare. E’ la delusione più grande per Enzo Ferrari. Il rapporto con la moglie continua, finché non scompare anche lei. E' la fine della prima parte della sua vita sentimentale.
Enzo Ferrari si lega a Lina Lardi: sarà la compagna di una vita, la donna che darà al “meccanico” Enzo la passione per la cultura, il buon gusto per l’abbigliamento. Sì, proprio a lui tutto casa e officina, che a queste cose non pensava. Il loro è un rapporto stretto ma piuttosto freddo. “Non ci siamo mai detti ‘ti amo’, mai, anche se ovviamente ci siamo sempre amati” ha raccontato Lina in un’intervista del 1998, a 10 anni dalla morte del marito. Si narra anche delle giustificazioni che Ferrari avrebbe dato alla moglie per qualche presunta scappatella extraconiugale: “No amore, non ti tradisco con le altre, sono io che tradisco le altre per stare con te”.
Nasce un figlio, Piero, oggi vicepresidente della Ferrari. L'erede del mito, che nel cuore di Enzo deve cancellare il dolore per la scomparsa di Dino. “Mio padre non ha mai voluto parlarmi di Dino - ha detto però il secondogenito in un'intervista - era un argomento che non voleva toccare”.
UN MARCHIO DI SUCCESSO - E’ forse l’apice del suo genio, ma anche l’inizio di una nuova era. L’azienda in questi anni cresce e si trasforma in società per azioni. Nel 1969 poi, a fronte di difficoltà finanziarie, Enzo Ferrari è costretto a cedere una quota della sua creatura alla Fiat. Sì, proprio quella Fiat che 50 anni prima gli aveva negato un posto di lavoro. All’inizio la casa torinese è presente come socio paritario. Oggi possiede la casa del cavallino rampante al 90 per cento. Il restante 10 è nelle mani dell’unico erede, il figlio Piero.
La Ferrari per tutti gli anni '70 e '80 continua a crescere nelle vendite e a collezionare successi in pista. La Rossa spopola in tutto il mondo, diventando un’icona di film e telefilm. E’ la mentalità vincente a far breccia nei cuori degli appassionati e Enzo Ferrari la incarna alla perfezione. “Spesso mi chiedono quale sia stata la vittoria più importante di un’autovettura della mia fabbrica e io rispondo sempre così: la vittoria più importante sarà la prossima”. Un profeta del successo.
LA FINE DI UNA LEGGENDA - L’unica sfida che non riesce mai a vincere, forse, è quella con la fede. Il figlio Piero e Lina lo hanno descritto come un rapporto contrastato. Nel giugno del 1998 deve incontrare il Papa, in visita agli stabilimenti di Maranello. Ferrari apetta da tempo quell’incontro, ma è malato e si deve rassegnare a una semplice telefonata. Due mesi dopo, il 14 agosto 1988, muore. Il funerale si svolge in forma strettamente privata, senza celebrazioni e solo con parenti e amici intimi.
L’unica celebrazione gliela fanno un mese dopo Gerhard Berger e Michele Alboreto, con una doppietta al Gran Premio d’Italia. L’unico regalo che poteva strappargli un sorriso dall’aldilà.




